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Fistinet e Shën Xhusepës

Fistinet e Shën Xhusepës

“Fistinet e Shën Xhusepës” (i falo’ di san giuseppe) una festa antichissima che si rinnova ogni anno alla vigilia di san giuseppe ed è legata alla cultura degli albanesi che fondarono il paese di Firmo.

La luce e il calore delle fiamme, la brace e il cibo da condividere nei banchetti allestiti per strada, un’antichissima tradizione: mercoledì 18 marzo 2026, a FIRMO (CS), si darà vita ad una antica tradizione. i falò di San Giuseppe, che in lingua arbëreshë si traduce con “Fistinet e Shën Xhusepës”.

La festa avrà inizio in serata, dopo il tramonto, che è il momento in cui saranno accesi i fuochi in ogni gjitonia (vicinato). Attorno ad ogni falò, ci saranno ricche tavolate per le degustazioni gratuite delle pietanze tipiche di questa antichissima usanza.

Al divampare delle prime fiamme incominciano i cori di canti religiosi (Kalimeret) dei paesani in lingua Arbëreshë, mentre comitive improvvisate di giovani fanno il giro delle gjitonie, delle strade e dei vicoli, per onorare tutti i fuochi e ad ogni falò vengono ringraziati e rifocillati con i cibi tipici e rituali di questa festa ed un ottimo bicchiere di vino a testimonianza del grande cuore firmense, popolo ospitale e generoso.

I falò di San Giuseppe sono una tradizione molto sentita, forse collegata alla stessa venuta degli Albanesi. Un’ipotesi è che tale ricorrenza popolare derivi direttamente dal “Dita e Verës” Festa di Primavera, di origine Illirica e strettamente collegata alla diaspora Arbëreshë, ancora oggi molto sentita e celebrata in Albania il 14 Marzo. Molte sono di fatto le similitudini rituali tra le celebrazioni del “Dita e Verës” e i “Fuochi di S. Giuseppe”. Lo spostamento al 19 Marzo è facilmente riconducibile all’assorbimento di questa festività balcanica da parte della locale ricorrenza cattolica di San Giuseppe.

I fuochi rimangono accesi fino alle prime luci dell’alba, e che quando ancora c’erano caminetti (vatra), le donne andavano al fuoco a prelevare le braci che sarebbero servite per riaccendere i focolari delle case. Braci benedette e benaugurali, consacrate dalla pietas popolare e dalla forza della tradizione.

Un tempo, i fuochi scoppiettavano in ogni vicinato, nei vicoli, nelle strade, avvolti da rituali sacri e profani. Ora, quei falò si contano sulle dita di una mano, accesi da pochi volenterosi che ancora cercano di mantenere viva la nostra tradizione. Siamo in un’epoca di cambiamenti profondi, che toccano anche il nostro paese, Ketundi imë.

E io, nel cuore di questi mutamenti, non posso fare a meno di rimpiangere le serate trascorse sotto le frasche della mia gjitonia, ka Këllogjeri. I pomeriggi alla ricerca di rami di ulivo appena potati, le sfide per accaparrarsi più legna da bruciare di altri vicini. Ricordo i giovani più audaci, che saltavano le fiamme come prova di coraggio. E ancora, l’aroma inconfondibile delle foglie che si seccavano lentamente, mescolandosi all’aria frizzante delle notti di marzo.

Ma quella nostalgia è come il calore che resta sulle mani, dopo che il fuoco si è spento. Un’assenza che brucia silenziosa, sotto la pelle. E ogni anno, mentre i falò si riducono, sento quella mancanza più forte, come un vuoto che cresce tra le fiamme che non accendiamo più. Rimane la memoria, ma la memoria non è mai abbastanza. Forse è questo che più mi manca: non il fuoco, ma l’essenza di quei momenti che ormai si consumano nel vento, lasciando solo l’eco di un passato che non tornerà.

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