La Vallja è una delle tradizioni più sentite dalle comunità Arbëreshe. Un tempo durava tre giorni, dalla domenica al martedì dopo Pasqua. In alcune località del Pollino, come Civita, Frascineto e San Basile, si celebra proprio il martedì di Pasqua, mentre a Firmo la festa si sposta al 1 Maggio, in onore di Sant’Atanasio, patrono del paese.
Non è solo una danza: è il ricordo di una vittoria storica, quella di Skanderbeg contro i turchi nel 1467. Ogni passo, ogni canto, ogni gesto rinnova il legame con le proprie radici, con le proprie origini, rafforza l’identità e tiene viva la memoria di un passato epico che ancora oggi unisce le comunità albanofone.
La Vallja non vuole essere uno spettacolo da cartolina o folklore da sagra: ma un rito di sopravvivenza, un gesto collettivo che attraversa i secoli senza compromessi.
Il serpente umano, ad incominciare già dalle prime ore del pomeriggio, si snoda tra i vicoli e le gjitonie del paese, legato da fazzoletti rossi di seta, gridando: “Siamo qui e non vogliamo sparire!” Jemi një kulltur çë nëng do të vdes!”
Ogni passo affonda nella terra, ogni movimento pesa di memoria. Tra voci e strumenti, i partecipanti cantano la morte degli eroi e la propria diversità. In queste ore, nelle comunità dove si svolgono le vallje, il passato diventa presente.
Il capo della catena non guida solo i passi: segna confini invisibili. La Vallja è un “esercito pacifico”, un modo per difendere il territorio culturale e proteggere una storia che resiste da oltre 600 anni. I costumi non sono semplici abiti: sono vestiti ricchi e luminosi, simboli di appartenenza e testimoni di un’identità che non si arrende.
L’Arbëria non vuole essere un museo: ma un organismo vivo che respira, urla e sanguina storia.
Oggi però c’è il rischio che tutto questo vada perduto e l’abbandono sempre più massiccio delle nostre comunità non può certo aiutare la sopravvivenza della nostra lingua, della nostra cultura e delle nostre tradizione.
Il turismo delle radici può trasformare un rito carico di memoria in una semplice cartolina. Ma basta guardare negli occhi di una ragazza o un ragazzo che stringe il fazzoletto per capire che la Vallja è ancora vera: seria, faticosa e necessaria.
In un’epoca che appiattisce tutto e uniforma le differenze, le comunità arbëreshe restano avamposti di resistenza culturale. La Vallja non è folklore: è vita, grida la propria presenza in un’Italia che spesso si sente altrove, che spesso dimentica le nostre comunità e le lascia sparire senza muovere dita.
Quando l’ultima catena si scioglie, i veri protagonisti restano, ancora una volta loro, i danzatori; custodi di un’eredità che non può fermarsi, custodi di una barca che nessuno sa più dove stia andando. Finché ci sarà una Vallja, finché il cerchio si snoderà tra vicoli e gjitonie, l’anima arbëreshë continuerà a vivere.
E forse, da incallito sognatore mi piace guardare avanti, ed immaginare un futuro in cui queste comunità non solo sopravvivono, ma fioriscono. Dove i giovani, andati via per studio o per lavoro un giorno possano ritornare ed imparare a danzare, a cantare e a raccontare le proprie storie con orgoglio. Dove la Vallja non è solo memoria, ma promessa: la promessa che la cultura arbëreshe continuerà a crescere, a toccare nuovi cuori e a illuminare ancora le nostre comunità con la sua energia viva e gioiosa.

