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“Sono un Arbëresh”, il libro che racconta una comunità. Emozione e riflessione alla presentazione del volume dedicato a Giovanni Manoccio

Giovanni ManoccioACQUAFORMOSA – Una piazza gremita all’inverosimile, quella di Ka Kroj Pjak, ha fatto da cornice, ieri sera, alla presentazione del volume Sono un Arbëresh. Acquaformosa, terra di resistenza civile e incontro di popoli, scritto dal giornalista Francesco Donnici e dedicato alla vicenda umana e politica di Giovanni Manoccio.

Più che una semplice presentazione editoriale, la serata si è trasformata in un momento di memoria collettiva e di riflessione sul significato dell’impegno politico vissuto come servizio alla comunità. Attorno alla figura dell’ex sindaco di Acquaformosa si sono ritrovati amici, amministratori, cittadini e compagni di un lungo percorso umano e politico, condiviso per oltre quarant’anni tra battaglie civili, ideali, successi e difficoltà.

Il filo conduttore emerso dagli interventi non è stato la celebrazione di una singola persona, ma il racconto di una comunità che ha saputo trasformare la propria identità arbëresh in una risorsa per costruire il futuro, facendo dell’accoglienza, della solidarietà e della partecipazione i tratti distintivi della propria esperienza amministrativa.

Tra gli interventi della serata, uno dei più intensi, commoventi e partecipati è stato quello di un amico e compagno di lungo percorso politico di Giovanni Manoccio, che ha intrecciato le pagine del libro con il ricordo di oltre quattro decenni di amicizia, militanza e comune impegno civile e politico.

Secondo me, il volume di Donnici colma un vuoto nella memoria collettiva, restituendo dignità non solo alla storia personale di Giovanni Manoccio, ma anche a quella di un’intera comunità che, attraverso la propria esperienza, è riuscita a parlare all’Italia e all’Europa intera

Il libro, infatti, non si limita a ripercorrere la vicenda di un sindaco, ma racconta il percorso di Acquaformosa, piccolo centro arbëresh che ha saputo trasformare l’accoglienza da semplice risposta all’emergenza in una scelta politica, culturale e amministrativa capace di incidere profondamente sulla vita del paese.

Nel corso della presentazione è stato più volte evidenziato come l’esperienza amministrativa guidata da Manoccio abbia rappresentato un modello controcorrente rispetto agli anni in cui, sul piano nazionale, si affermavano il sovranismo e le politiche di chiusura.

“Mentre molti chiudevano le porte, Acquaformosa sceglieva di aprirle”, è stato più volte ricordato durante gli interventi, sottolineando come quella decisione non abbia rappresentato soltanto un gesto di solidarietà, ma abbia contribuito anche a contrastare lo spopolamento, creando nuove opportunità di sviluppo e rafforzando il tessuto sociale della comunità.

Uno dei passaggi più significativi richiamati nel corso della serata è stato quello che dà il titolo al volume. A pronunciare la frase «Sono un Arbëresh» è un bambino nato da genitori nigeriani e cresciuto ad Acquaformosa.

Tre parole che racchiudono un’idea di identità capace di custodire le proprie radici senza trasformarle in uno strumento di esclusione, aprendole invece all’incontro con chi arriva da lontano.

Parole di apprezzamento sono state rivolte anche all’autore Francesco Donnici, al quale è stato riconosciuto il merito di aver evitato ogni forma di retorica, scegliendo di raccontare una storia fatta di persone, intuizioni, conflitti, errori, successi e sconfitte, restituendo così tutta la complessità e l’umanità di un’esperienza politica e amministrativa che ha lasciato un segno profondo.

A emergere dalla serata sono state soprattutto tre parole: passione, memoria e comunità.

La passione come motore dell’impegno civile, la memoria come responsabilità verso le nuove generazioni, la comunità come luogo in cui ciascuno può sentirsi parte di un progetto comune.

Un messaggio che attraversa l’intero volume e che, al termine dell’incontro, è apparso il lascito più autentico della storia raccontata: una comunità che custodisce la propria memoria senza chiudersi al mondo è una comunità capace di costruire un futuro più giusto, più umano e più libero.

Grazie, Giovanni, per averci fatto rivivere momenti di autentica commozione e per averci ricordato che la politica, quando nasce dalla passione e dall’impegno civile, può ancora essere uno strumento di speranza e di cambiamento.

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