
Recentemente, i primi ministri di Albania ed Italia: Edi Rama e Giorgia Meloni si sono incontrati con l’intento di rafforzare i legami tra i due paesi, in particolare nei settori economico e militare e della sicurezza. Tuttavia, al di là delle dichiarazioni di intenti e dei rinforzi nelle relazioni bilaterali riguardanti la difesa e il commercio, non sono emerse azioni concrete per la tutela delle nostre comunità e della lingua arbëreshe. Un aspetto che evidenzia una triste verità: sebbene le relazioni tra i due Paesi siano state potenziate, la lingua arbëreshe continua a essere un tema marginale o se non del tutto ignorata, nonostante il suo valore storico e culturale.
Le nostre comunità e la lingua arbëreshe, che hanno radici profonde nell’Italia meridionale e che da più di cinque secoli arricchiscono la cultura italiana, sono oggi sull’orlo dell’estinzione. Fino a qualche decennio fa la lingua madre veniva parlata con orgoglio in decine di paesi, oggi sopravvive in un numero sempre più ridotto di comunità, dove soprattutto i giovani la conoscono e la utilizzano sempre meno. L’unico modo per preservarla potrebbe essere un accordo tra i governi di Albania e Italia.
Ma, a fronte di questo, l’incontro tra i due leader Rama e Meloni, non ha prodotto alcuna misura concreta in questa direzione, se non quella di rafforzare i rapporti economici, militari e impegnarsi a consolidare i centri di raccolta dei migranti che il governo italiano ha costruito nel paese delle aquile, con un grande dispendio economico, ma purtroppo, fino ad oggi, con scarsi risultati.
Infatti, le recenti politiche migratorie, tra cui la creazione di centri di accoglienza in Albania, non hanno portato ai risultati sperati. Questi centri, promessi come soluzioni per favorire l’integrazione e il supporto alle comunità vulnerabili, si sono rivelati un fallimento sia sul piano economico che su quello della sicurezza. La loro gestione è stata inadeguata.
Dall’altra parte, invece, manca del tutto la volontà di sostenere politiche economiche valide per salvaguardare la crescita delle piccole comunità locali delle aree interne, anzi le recenti scelte politiche del governo italiano mirano ad accompagnare queste aree al loro declino. È in questo contesto che si inserisce la triste realtà dello spopolamento delle comunità arbëreshe. Come i Paesi e le comunità vanno incontro al loro lento dissolvimento, così sta succedendo alla lingua arbëreshe, che rischia di scomparire senza che la politica faccia nulla per impedirlo.
L’ arbëreshe non è più solo una lingua in pericolo, ma un patrimonio culturale che rischia di estinguersi senza un intervento urgente. Secondo l’UNESCO è “seriamente a rischio”, e le testimonianze di studiosi e attivisti confermano che la trasmissione della lingua alle nuove generazioni sta drasticamente diminuendo. Le scuole, i media e la vita quotidiana in Italia non offrono più spazi per l’arbëreshe, e il rischio che diventi solo un ricordo del passato è sempre più concreto.
Per garantire un futuro alla nostra lingua, è fondamentale che le istituzioni politiche intervengano con azioni concrete. Un accordo bilaterale tra Italia e Albania potrebbe rappresentare la chiave per la sua salvaguardia, definendo politiche e misure mirate per tutelare questo patrimonio linguistico e culturale. Tale accordo dovrebbe prevedere, tra le altre cose:
- L’introduzione dell’insegnamento dell’arbëreshe come attività curriculare in tutte le scuole di ogni ordine e grado nelle zone dove la lingua è ancora parlata, garantendo così che le nuove generazioni crescano con una solida base linguistica.
- Il finanziamento di progetti mediatici e digitali in arbëreshe per coinvolgere i giovani e promuovere la lingua attraverso canali moderni, come piattaforme online, app e programmi televisivi destinati ai più giovani.
- La promozione di scambi culturali ed educativi tra i giovani arbëreshë e l’Albania, in modo da rafforzare i legami tra le due sponde dell’Adriatico e favorire il trasferimento di conoscenze linguistiche e culturali.
- La formazione universitaria del personale docente, con corsi specifici per la preparazione di insegnanti capaci di insegnare la lingua arbëreshe, e l’introduzione di moduli di studio sull’arbëreshe nei corsi universitari di filologia, lingue e scienze umane.
- La creazione di materiale didattico e sussidi necessari per l’insegnamento della lingua, come libri di testo, software educativi e risorse online, in modo da facilitare l’apprendimento della lingua nelle scuole e nelle università.
- Il riconoscimento legale della lingua arbëreshe come patrimonio culturale europeo, attraverso politiche di tutela e protezione che possano garantire un futuro alla lingua a livello istituzionale e internazionale.
Queste misure non solo aiuterebbero a preservare la lingua, ma contribuirebbero anche a valorizzare l’identità arbëreshe come parte integrante del patrimonio culturale europeo. È urgente che la politica riconosca il valore della lingua arbëreshe e si impegni in modo concreto a garantire la sua sopravvivenza.
La protezione delle lingue minoritarie, come l’arbëreshe, non può più essere rimandata. La politica ha il dovere morale di intervenire in modo deciso, non limitandosi a buone intenzioni, ma adottando azioni concrete. Senza il supporto istituzionale, sia da parte dell’Albania che dell’Italia, la lingua arbëreshe è destinata a scomparire insieme alle comunità che la parlano.
Il declino delle comunità arbëreshë, in particolare nei piccoli paesi dell’entroterra, è una realtà che va affrontata con politiche mirate e un impegno economico serio. Senza scelte politiche ed economiche forti, ogni discorso sulla salvaguardia della lingua diventa inutile e inefficace. Il sostegno alla lingua arbëreshe deve essere inserito in un quadro più ampio di politiche che contrastino lo spopolamento e il declino dei territori interni. È necessario sviluppare politiche che incentivino la sopravvivenza delle comunità nelle aree rurali, garantendo loro opportunità di lavoro, infrastrutture moderne, e supporto alla crescita sociale ed economica.
Le politiche educative, i fondi per la cultura, le leggi che proteggono la lingua come la 482 (che a 25 anni dalla sua promulgazione stenta ancora ad essere attuata del tutto e che, secondo me, andrebbe rivista ed aggiornata, per adeguarla alle nuove situazioni che vivono le lingue minoritarie da essa riconosciute) e la sua trasmissione alle future generazioni devono essere integrate in un progetto di sviluppo territoriale che non riduca tutto a interessi economici e geopolitici. È un atto di responsabilità che i governi di Albania e Italia devono assumersi: proteggere la lingua e le comunità arbëreshë significa anche tutelare la vitalità e il futuro di interi territori, contrastando lo spopolamento e mantenendo vive le radici storiche e culturali che li caratterizzano.
La nuova generazione di arbëreshë cresce senza conoscere la lingua dei propri antenati. La lingua è l’elemento vitale che nutre e sostiene l’intera identità culturale di una comunità. Senza di essa, la cultura rischia di perdere il suo fondamento, le sue tradizioni e la sua storia. Non è solo uno strumento di comunicazione, ma il veicolo attraverso cui vengono tramandati valori, esperienze e conoscenze tra le generazioni. Senza lingua, le storie, le leggende, le tradizioni orali e persino i modi di pensare e di percepire il mondo rischiano di essere dimenticati. Così come un albero non può vivere senza radici, una cultura senza lingua non può crescere, evolversi o sopravvivere nel tempo. La lingua è il cuore pulsante che tiene viva la memoria collettiva di un popolo, e senza di essa, la comunità perde la sua connessione con il passato e la sua capacità di proiettarsi nel futuro.
È il momento di passare dalle parole ai fatti, ma, per favore, facciamolo prima che l’arbëreshe diventi solo una lingua morta, custodita in libri e musei e nelle manifestazioni folcloristiche.

