Storia

Storia   Firmo, sebbene appartenesse al Principe di Bisignano, Don Berardino Sanseverino, ed ai Padri Domenicani di Altomonte, prima della venuta degli Albanesi non era che un casale disabitato e fu proprio per l’inaccessibilità dei suoi boschi che, nel 1502, proprio a quest’ultimo che si attribuisce l’appartenenza della prima casa dell’abitato, a forma di torre un po’ orientaleggiante, sita in Firmo sottano. Il feudo, infatti, era diviso in due contrade: Firmo soprano e Firmo sottano. Il punto di divisione delle due contrade era rappresentato da un arco Ka Markasati.

La parte soprana apparteneva al Principe Don Berardino, e quella sottana ai Padri Domenicani, che la diedero in enfiteusi al Comite, che ne fece una colonia preminentemente agricola. Se Firmo sottano si mantenne costantemente sotto la giurisdizione dei Domenicani di Altomonte, diverso fu il destino di Firmo soprano che dai principi Sanseverino giunse per ultimo, passando di mano in mano, alla famiglia Gramazio, che vantò diritti baronali fino al momento dell’eversione della feudalità, nel 1806.

L’elemento rilevante, però, è che il paese vero e proprio fu caratterizzato, fin dai suoi primordi, dalla presenza dei profughi albanesi. Essi, discendenti dal popolo Illirico libero, erano giunti in Italia per sottrarsi alla dominazione turca nella seconda metà del XV sec., in seguito alla dominazione Ottomana nella penisola balcanica e dopo la morte dell’eroe nazionale Giorgio Castriota Skanderbeg (1468 ).

Ed è proprio da loro che discendono gli Arbëresh d’Italia. Nelle loro diverse trasmigrazioni, gli Albanesi fondarono all’incirca 100 paesi. Oggi solo una cinquantina di essi, nel Meridione d’Italia, continuano a mantenere l’idioma Arbëresh, mentre appena ventidue conservano anche le tradizioni ed il rito greco-bizantino. Firmo è tra questi ultimi. Vi si mantengono, infatti, la lingua, alcune particolari tradizioni culinarie, ed il rito. Ed è proprio grazie alla presenza di una distinta Eparchia (Diocesi) che molte delle nostre tradizioni non sono andate perdute. Lo dimostra il fatto che la gran parte degli usi e costumi che oggi continuiamo a mantenere sono legati, in qualche modo, alla presenza di una Chiesa, che pur facendo capo al Papa, è riuscita a mantenere le sue peculiarità. Ciò, com’è ovvio, ha consentito di legittimare la nostra presenza culturale, avvalorando la “diversità” di cui ci siamo sempre fatti carico, piuttosto che soccombere alle pressioni “xenofobe” esterne.

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