Il mondo prêt-à-porter

di Pietro Varcasia

C’era una volta… così iniziano le favole e le fiabe per bambini e cosi inizia il racconto della nostra vita quando particolari ricordi anche minimi tornano alla mente e prendono il sopravvento sulle nostre emozioni ed allora rivediamo le persone care, genitori, nonni che non ci sono più, rivediamo un mondo che non c’è più.

Si fa luce dentro di noi, ci conquista e ci strugge una particolare emozione, in genere valutata negativamente, la nostalgia. Una dolce nostalgia entro cui ci tuffiamo, rapiti da un sentimento dolcissimo entro cui ci sentiamo protetti e al caldo come nelle nottate d’inverno quando accucciati nel letto siamo cullati dai misteriosi rumori della notte.

La nostalgia! Alla mia età si soffre di nostalgia perchè il conto tra il vissuto e il da vivere incomincia a pendere verso la prima parte. Entro questo mondo i nonni sono sempre presenti con il focolare, il gatto che fa le fusa sulle loro ginocchia, i piattoni di gnocchi della nonna e ancora le giornate brumose con la pioggerellina che scende lieve lieve e le brume che dal fondo valle salgono verso le case… e l’ inverno che allora non scherzava, la scuola con le nostre dolci maestre e le poesie che ancora potrei recitarle e la preparazione delle conserve per l’inverno e la teoria degli asini con le bigonce colme che tornavano dalle vigne dopo averle spogliate e poi il suono delle chiavette dei torchi melodioso come il tintinnio di campane e l’odore di mosto che fuorusciva dalle cantine inebriando l’anima.

E poi l’aratura con i mansueti buoi che rivoltando le zolle liberavano il profumo di terra. Non ci credete ma una volta tutto aveva un odore: odoravano i fiori ma non solo, odoravano i fichi infornati, odorava il pane, odoravano le lenzuola pulite. E arrivava il tempo della raccolta delle olive con l’olio novello profumatissimo dove si inzuppava il pane abbrustolito e i dolci momenti sotto le frondose piante quando consumando una fetta di pane ci si voleva bene ed il lavoro era un dono di Dio.

Quando poi mamme e nonne avevano terminato la preparazione di tutte le conserve e fuori dalle case le lunghe trecce di peperoni appese come tante corone da gran premi e la semina era terminata si attendeva sua maestà l’inverno e dai comignoli di tutto il paese si alzava il fumo dei focolari che come tante pipe liberavano nel cielo plumbeo il fumo dove candido dove grigio o nero.

Non ho vergogna a dire che mi sale alla gola un groppo, che la nostalgia mi intenerisce e mi chiedo se posso abbandonarmi al passato, se è dignitoso cedere a questo sentimento. Non so. So solo che allora tutto aveva sapore, tutto aveva profumo. So che allora mio nonno guardava incantato come il poeta le stelle del firmamento e la placida luna. So che tutto era frutto delle loro mani: il cibo, gli indumenti, il pane, il vino e tutto il resto.

Oggi invece tutto queste cose si trovano nel negozio affianco. Il mondo di una volta è tutto già pronto, inscatolato e finto come le nostre amicizie, il nostro dolore, la nostra felicità. Abbiamo inscatolato tutto sentimenti, emozioni. Tutto è “Prêt-à-porter”.

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